martedì 8 settembre 2009

Panta Rei

Sono le 2. Le 2 di notte.


Non dovrei essere qui, non ora, non con questi pensieri. Ma, anche se continuo a ripetermelo, la situazione non cambia; più la spingo lontano da me, più torna indietro con forza come un crudele elastico regalatomi dal destino.

Non so cosa ho in mente, non so quello che mi circola dentro, soprattutto non so come trovare il capo di un nastro che si aggroviglia intorno a me senza sosta; è un turbine che mi fa perdere ogni punto di riferimento, ognuna di quelle certezze che tanto ho difeso negli anni e sulle quali credevo, sempre ho creduto, di poter costruire la mia vita. Sbiadite. Nascoste. Forse.


Non voglio rileggere le parole che stanno uscendo dal mio interno, ho paura di quello che potrei capire, ho paura di quello che potrebbe essere nascosto tra le righe. Non voglio avere paura, la paura annebbia la mente, la paura stende una velo che impedisce di comprendere ed io, mai come ora, ho un disperato bisogno di saper comprendere e di dominare le mie emozioni. Dovrei dire, forse, sentimenti?


Come può una vita cambiare così tanto in così poco tempo?


Abbasso le palpebre, tento di celare alla vista qualcosa che vedo ma non con i miei occhi.

E' tardi, mi dico, riuscirò a dimenticare. Riuscirò a non pensarci.

Mi illudo. E l'illusione dura poco. Troppo poco.

Chiudo i miei occhi e altri due occhi si schiudono davanti a me. Due... occhi nocciola. E loro, no, loro non si chiudono mai.

Vorrei affiancare degli aggettivi, delle metafore, vorrei essere in grado di stampare con la parola quello che provo quando... sì, quando li vedo. Ma non sono in grado di farlo e questo, forse, mi spaventa più di ogni altra cosa.

Qualcuno li paragonerebbe a fari nella notte... Qualcuno direbbe che sono lo specchio dell'anima... Mi sembrano solo delle incredibili banalità e, soprattutto, delle banalità mostruosamente inadeguate.

Non è questo. E' qualcosa di diverso, qualcosa di più... ecco. Semplicemente qualcosa di più.


Ora so, ora sento di dover abbandonare questi pensieri o, meglio, di doverne abbandonare la loro trascrizione.

Potrei andare avanti ore a scrivere ciò che sento ma temo che, facendolo, risulterei così terribilmente preso da risultare, a tratti, ridicolo. Perchè no, patetico.

Mi illudo che abbandonando questo scritto, che gettandomi nel letto e sperando che il sonno interrompa, per qualche ora, questo vortice... la situazione si stemperi, la temperatura scenda, la normalità torni ad essere la normalità.

Ma è un palliativo. Una finzione alla quale non riuscirei a credere neanche impegnandomi. Come posso mentire a me stesso? Riconoscere ciò che vedo è forse l'unica ancora alla quale posso aggrapparmi. Spero sia davvero così perchè, ora, non vedo più alcun appiglio.

Sembra buffo, detto da uno che dei punti fermi ha fatto una propria strategia di vita. Punti fermi, pensieri ragionati, studiati a fondo per poter essere certi di ciò che si fa basandosi su di essi; pietre stabili sulle quali basare il proprio cammino. Poi ti giri, guardi il tuo percorso e ti accorgi che quei massi, forse, non sono così stabili... e tutto inizia a tremare sotto di te senza che alcun passo sia più così sicuro.

Sembra davvero buffo. Sembrerebbe. Ma è della mia vita che sto parlando e, di buffo, non riesco proprio a vedere nulla.


Non rileggo le mie parole, non ho intenzione di farlo. Ma so per certo di aver parlato senza aver detto nulla.

Nessuno, perchè dovrebbe, leggerà questi scritti e se mai lo farà avrà forse moti di incomprensione verso un concetto che mal si adatta ad essere spiegato. Tantomeno se a spiegarlo è qualcuno che non lo ha del tutto chiaro.

Del tutto? Sarebbe meglio dire per nulla...


Intorno a me vedo ormai solo ciò che non ho e che sento di dover avere per sentirmi diverso, per sentirmi migliore, per sentire che quello che vedo non lo vedo solo nella mia mente ma tocca le più profonde corde del mio io.

Lancio idee, ragionamenti, distrazioni, tento ogni soluzione per togliere il fuoco da tutto questo ma è inutile, è stupido, è infantile.

Arrivo a credere che prima o poi qualcosa di impossibile possa davvero accadere e che tutto quello che ho sempre pensato essere inamovibile, possa smuoversi lasciano lo spazio a scenari del tutto impensabili sino a poche ore fa.

Ritorno indietro, di qualche giorno, ripercorro le fasi che mi hanno condotto in questa situazione; cerco punti poco chiari, punti che facciano vacillare la folle idea che macina la mia mente. Ma non ne trovo. Resto nel mio limbo e più ragiono più mi accorgo che ragionare, ormai, è del tutto inutile. La soluzione, ammesso che esista, non è razionale.

Il senso di tutto questo è forse uno solo, è la volontà di dire a me stesso che non sono in grado, non voglio..., fermare quello che sento perchè sarebbe come negare una parte di me, una parte di me che mi preme dentro con forza.

Avrebbe senso violentare sè stessi mettendo il bavaglio ai propri pensieri senza che questi sappiano trovare la propria via? Non so dove mi condurrà tutto questo, ma so che non saprei guardarmi allo specchio con onestà se voltassi il mio cammino tornando indietro.


Sono passati oltre duemila anni ma, in fondo, il senso della vita è forse ancora quello indicato dal filosofo.

Tutto scorre.