lunedì 14 settembre 2009

Percepire l'impercettibile

Si sale. Si scende. Non si riesce a comprendere dove ci si trova quando, sempre, ciò che abbiamo intorno si muove con noi, muta, modifica il suo stato.
La tanta fatica fatta per cercare di trovare qualche appiglio da cui partire, i mille pensieri spesi nel cercare di interpretare un gesto, un'espressione, una parola, tutto finisce per rivelarsi vano quando, in un istante, tutto scompare.
Leggo delle scritte impresse nella mia mente, le vedo, nitide, sono stampate in modo indelebile, lo vorrei; parto da lì, cerco di costruire una idea dentro di me quando, senza preavviso, accade. Tutto prima sbiadisce leggermente, poi svanisce del tutto e quelle scritte fino a quel momento così immutabili si rivelano flebili, come gesso spazzato via da una spugna imbevuta d'acqua.

Ero bambino, giocavo sulla spiaggia e cercavo di costruire improbabili strutture architettoniche. Secchielli, rastrelli, palette. E sabbia. Sabbia bagnata.
La stringevo tra le dita, spingevo in profondità le mie mani e quella sostanza mi sembrava così forte, così resistente, così dura sotto la mia stretta. Poi, fiducioso, la tiravo verso di me e man mano quella infinità solidità si trasformava in qualcosa di terribilmente sfuggente e ciò che prima era reale, tangibile, sicuro, si tramutava... in nulla. Senza che io potessi far nulla per evitarlo. Anzi, al contrario, più cercavo di stringere per evitare di perdere ogni frammento di materia, più i granellini sfuggivano rapidi al mio tocco tornando là dove li avevo raccolti.
E' una sensazione strana, una sensazione... brutta. Vivida. Unica.
Ed è quello che mi sembra di vivere in questi giorni. Ma non si tratta più di un gioco, non si tratta di un passatempo, non è di terra e acqua che si parla, ora.
Là dove c'erano sassolini ora ci sono speranze, quelle che prima erano le mie mani ora sono la mia mente ed il mio cuore e se alzavo la testa, allora, vedevo il mare; ora vedo una lunga distesa bianca sulla quale scrivere il mio destino, il mio futuro. Era bianca. Ora si scurisce sempre più.

Sento una pulsione sempre più forte, dentro di me. E' quasi una necessità, una pressione che con difficoltà la valvola del mio istinto di conservazione riesce a contenere.
Vorrei dirti tutto, aprirmi senza freni e dirti con mille e mille parole ogni pensiero, ogni idea, ogni parola. Forse non sarebbe necessario, chi lo sa, potrebbe bastare uno sguardo e capiresti ogni cosa; se lasciassi liberi i miei occhi di trasmettere ciò che c'è dentro di me, allora davvero parlare sarebbe inutile.
Sarebbe bello poterti dire ogni cosa, sarebbe bello e sarebbe, diciamolo, molto comodo. Molto semplice. Che difficoltà c'è nell'esporre il più intimo lato di noi a chi è in grado di capire?
Sarebbe più facile, infinitamente più facile, dirti tutto e non dover premere costantemente sulle briglie delle mie emozioni cercando di mascherare, in modo spesso così goffo, ciò che non vuole, forse non deve, essere mascherato.
Sarebbe terribilmente facile dirti tutto e vedere la tua reazione, ponendo termine a questo lento e costante stillicidio di speranze. Ti dico tutto, mi apro, ecco a te, questo sono io. La prossima mossa è tua. Se ho una speranza, se le mie convinzioni non sono vane allora da lì si può partire, se invece sto costruendo un castello sul nulla allora sarebbe meglio, assai meglio, saperlo prima. E smettere di crearsi false illusioni.

Sarebbe facile. Altrochè.
Ma non è così che deve andare.

Ci sono tante e tante ragioni per cui non è questo ciò che deve essere fatto.
La prima è forse tanto lampante quanto banale. Cosa penseresti di una persona che in così poco ha capito (crede di capire, penseresti) così tanto? E' pazzo, è stupido, ha preso una cotta adolescenziale, sì la cosa mi fa piacere ma in fondo sono solo parole, deve pensarci su, corre troppo. Non voglio che tu possa pensare nulla, nulla di tutto ciò. Perchè nessuna di quelle espressioni si avvicina a quello che sto vivendo.
La seconda ragione è più nebulosa ma non meno importante. Per quale ragione devo far ricadere su di te la difficoltà di una situazione nella quale non hai voluto trovarti? Sarebbe da vigliacchi passarti la palla proprio ora, quando non ho idea di come gestirla. Devo affrontare le mie paure, le mie insicurezze e tirare dritto senza curarmi di dove tutto questo potrà condurmi.

A mente fredda so benissimo, io per primo, che dovrei fermarmi immediatamente, che avrei dovuto fermarmi parecchio tempo fa. Ne sono certo.
Questa consaevolezza la ho, ben chiara, non sono cieco di fronte a ciò che so.
Per questa ragione non ho intenzione di lasciar cadere tutto, proprio per questa ragione. Se tutto, se ogni pensiero razionale di me mi ripete, mi urla, di smettere immediatamente e nonostante questo io non riesco a smettere di pensare a te... forse vale davvero la pena vedere tutto questo dove mi condurrà. Dove... ci condurrà.

Troppo ottimismo? No. La consapevolezza che, anche se sapessi che tutto andrà male, ripercorrei ogni passo perchè ad ogni parola scambiata e ad ogni sguardo fuggevolmente lanciato, quel fuoco che tento di soffocare si riaccende con sempre maggior forza.

C'è qualcosa. Qualcosa che non comprendo. E mi fa andare avanti.